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Quest'opuscolo presenta, in forma volutamente sintetica, l'allestimento del primo nucleo espositivo di un nuovo Museo archeologico, quello dell'Antica Capua. La città che fu, secondo la nota espressione di Cicerone, la più grande e ricca dell'Italia antica, aveva già avuto in passato, alla fine del secolo scorso (per l'esattezza il 31 marzo del 1874), l'attenzione di un Museo ad essa dedicato, il Museo Provinciale Campano, creato nella Capua medievale (l'antica Casilinum) per raccogliere le vestigia del suo passato (e di quello dell'intera Terra di Lavoro) fino ad allora selvaggiamente disperse dagli scavatori clandestini e dai trafficanti di antichità sul mercato del collezionismo internazionale. Nonostante la meritoria attività svolta da quell'istituzione, e le importanti collezioni da essa rapidamente acquisite (si pensi solo alle "madri" del santuario del fondo Patturelli o alle sculture federiciane), non si riuscì ad impedire che i saccheggi continuassero e che monumenti fondamentali per la storia antica della città, come la "tegola di Capua" emigrassero all'estero. Lontana era Napoli con il Museo Nazionale e la pur nobile tradizione locale di studi antichistici, risalente alla grande figura del Mazzocchi, si dimostrò poco attrezzata nei mezzi pratici e nel suo stesso atteggiamento culturale verso l'Antico - come gran parte della cultura del tempo - a contrastare un così devastante fenomeno. Benché spesso decontestualizzate, le collezioni del Museo Campano hanno tuttavia svolto per tutto questo secolo l'essenziale funzione culturale di essere praticamente l'unico campo di aggiornamento degli studi sui materiali capuani in Italia.
L'interesse per l'archeologica capuana sul campo è sostanzialmente rinato nella seconda metà del nostro secolo, grazie prima ad un libro fondamentale Capoue preromaine di J. Heurgon che, oltre a discutere le fonti letterarie antiche, provò, con grande acribia, a leggere il territorio antico e poi alle ricerche sul campo di due studiosi della Soprintendenza Archeologica di Napoli, Alfonso de Franciscis e Werner Johannowskv. Se le indagini del primo sul santuario di Diana Tifatina a S. Angelo in Formis e su alcuni problemi dell'abitato romano restano fondamentali per la conoscenza della città nelle sue fasi più recenti, la sistematica esplorazione da parte del secondo delle necropoli capuane dall'età protostorica fino a quella ellenistica, hanno gettato le fondamenta della moderna conoscenza della cultura di Capua etrusca. Grazie alle sue scoperte e alle sue periodizzazioni delle fasi culturali della città, la notizia di Velleio Patercolo sulla fondazione di Capua ad una data anteriore a quella di Roma, già respinta nel novero delle leggende, ha potuto recuperare un suo spessore storico, mentre Etruschi e Campani acquistano ora, nella presentazione dei loro corredi funebri, una fisionomia culturale altrimenti illeggibile nella dispersa congerie di oggetti delle collezioni ottocentesche. Dei materiali di queste scoperte e del lavoro di ricerca dei loro colleghi e successori nella cura delle antichità capuane, da G. Tocco a N. Allegro, a L. Melillo e ora a V. Sampaolo, è fatto questo nuovo Museo, sorto per volontà di F. Zevi e poi di E. Pozzi al centro della città antica, nello stallaggio borbonico edificato a margine del teatro romano, e sul sito della torre angioina di S. Erasmo. Ed oggi che il progetto di restauro e allestimento, curato dall'architetto E. Guglielmo, tocca una sua prima significativa meta, a me tocca il piacere di lasciare a tutti questi colleghi, in queste poche righe, una sincera testimonianza di gratitudine. Altrettanto grati dobbiamo essere all'équipe dell'Università degli Studi di Milano guidata da Maria Bonghi Jovino che ha voluto mettere a disposizione di questa nuova impresa la lunga esperienza di materiali capuani acquisita in decenni di studi proprio nel Museo Campano.
La storia di questo nuovo istituto si intreccia però anche con quella dell'evolversi stesso del concetto di museologia archeologica. La sempre maggiore apertura delle scienze dell'antichità verso il territorio, la consapevolezza che per arginare il crescente degrado di questo è necessario un coinvolgimento delle popolazioni locali non conseguibile con i grandi Musei Nazionali centralizzati, ha orientato la cultura archeologica, anche in Campania, verso la creazione di una rete di Musei che, innestandosi sull'eredità culturale del Museo Nazionale di Napoli, sta facendo sorgere nel Casertano e nell'hinterland napoletano molti nuovi poli espositivi e di tutela a un tempo: a Teano nel Loggione medievale, ad Alife in un ediflcio scolastico dismesso, a Sessa Aurunca nel Castello, a Maddaloni nello storico palazzo Carafa, ad Atella nell'ex Caserma dei Carabinieri, a Nola nel Convento delle Canossiane e, speriamo presto, anche a Cales, a Mondragone, ad Acerra. Musei nuovi che, inserendosi spesso in parchi archeologici altrettanto nuovi, vogliono anche stimolare una risposta costruttiva alla vicenda difficilissima, e non ancora purtroppo del tutto chiusa, di violenta aggressione, con una butteratura di cave ed un'edilizia abusiva incontrastata, che ha lacerato in pochi anni il carattere del paesaggio campano più di quanto secoli di frequentazione non avevano fatto. Il museo del territorio e nel territorio si pone infatti anche come necessità di fondazione di un centro di azione contro questa violenza, presidio di cultura e incivilimento contro i non-valori della barbarie del cemento selvaggio e della concezione consumistica ed esasperatamente individualistica che ad essa sta dietro. E nei luoghi più intatti e nel Casertano fortunatamente sussistono ancora numerosi, anche come elemento di una possibile economia turistica diversa, fondata sulla valorizzazione degli elementi storici, insieme a quelli paesaggistici e climatici del territorio.
Ci sembra che oggi, più di un ieri anche non tanto lontano, vi siano segni incoraggianti per ritenere che queste speranze possano essere almeno in parte coronate da successo. Certo le difficoltà, sopratutto di natura economica, sono superiori al passato, e tuttavia gli sforzi della nostra Soprintendenza e della consorella ai Beni Ambientali, Architettonici e Storico-Artistici di Caserta l'impegno delle altre istituzioni dello Stato (si pensi solo ai recenti successi nel campo della repressione degli scavi clandestini, ottenuti in questi ultimi anni per l'azione incisiva delle forze dell'ordine e della Prefettura di Caserta) si incontrano con nuovi segnali positivi, come la dislocazione in più centri della provincia casertana del Secondo Ateneo Federiciano, o il rinnovato impegno della Provincia per il rilancio dello stesso glorioso Museo Campano.
Dimenticando gli antagonismi del passato e le contrapposizioni tra campanili che hanno sempre fatto velo ad antagonismi tra gruppi di potere, ed attingendo a quanto di più alto v'è nella loro spesso gloriosa tradizione le città del Casertano e dell'intera regione campana possono ritrovare nei valori del paesaggio e del loro patrimonio culturale un fondamentale elemento di sviluppo armonioso e di progresso civile.
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